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Il ministero della Salute spiega perché la celiachia colpisce maggiormente le donne.

La celiachia è una malattia multifattoriale per lo sviluppo della quale sono necessari due fattori: uno ambientale, il glutine nella dieta, ed uno genetico, la presenza delle molecole DQ2/8 sulla membrana delle cellule del sistema immunitario. Ma solo il 3% delle persone geneticamente predisposte, che consumano glutine, sviluppa prima o poi la celiachia. Questo significa che esiste uno o più fattori che scatenano la celiachia. Escluso che questo fattore possa essere le modalità di alimentazione nel primo anno di vita, recenti evidenze sperimentali hanno mostrato che specifici peptidi derivati dalla digestione della gliadina, contemporaneamente alla presenza di un virus, potenziano la risposta immune innata della mucosa intestinale contro le infezioni virali provocando un’infiammazione locale e soprattutto innescando una reazione autoimmune che può portare alla comparsa della celiachia. Questi risultati aprono nuove prospettive nel follow-up delle persone predisposte alla celiachia

Dal 2017, con la revisione dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), la celiachia e la sua variante clinica, la dermatite erpetiforme, sono state trasferite nell’elenco delle malattie croniche invalidanti. La nuova collocazione prevede il regime di esenzione sia per tutte le prestazioni sanitarie successive alla diagnosi, sia per gli alimenti “senza glutine specificatamente formulati per i celiaci” (es. pane, pasta, biscotti, pizza, cereali per la prima colazione e alimenti similari) che devono coprire il 35% del fabbisogno energetico totale giornaliero da carboidrati senza glutine. Il celiaco, infatti, una volta ottenuta una diagnosi certificata deve seguire una dieta varia ed equilibrata ma rigorosamente senza glutine il cui apporto energetico giornaliero da carboidrati come per tutti deve essere di circa il 55% di cui però il 35% deve derivare da alimenti senza glutine (D) mentre il restante 20% deve provenire da alimenti naturalmente privi di glutine (A, B e C). A supporto della dieta senza glutine il SSN nel 2017 ha speso in prodotti senza glutine erogabili circa 250 milioni di euro, con una media annua nazionale di circa 1.200,00 € pro capite.

I FONDI NAZIONALI PER LA CELIACHIA

La legge 123/2005, istituita appositamente per proteggere i soggetti malati di celiachia, stabilisce che: A) nelle mense delle strutture scolastiche e ospedaliere e nelle mense delle strutture pubbliche sono somministrati, se richiesti, pasti senza glutine; B) le Regioni organizzano appositi moduli informativi sulla celiachia nell’ambito delle attività di formazione e aggiornamento professionale rivolte a ristoratori e ad albergatori. Per attuare tali disposizioni, ogni anno, il Ministero della Salute provvede a ripartire tra le Regioni i fondi previsti dalla legge 123/2005 sulla base dei criteri previsti dall’Accordo Stato – Regioni del 30 luglio 2015. Nell’ambito dell’ esercizio finanziario 2018 e sulla base dei dati del 2017, sono stati impegnati e pagati a favore delle Regioni 8 320.111,59 € per garantire la somministrazione di pasti senza glutine e 534.427,43 € per le attività formative destinate agli operatori alimentari che lavorano nella ristorazione.

Tra il 2012 e il 2017, le diagnosi di celiachia in Italia sono aumentate fino a una media di circa 10 mila l’anno, raggiungendo la cifra di 206.561, pari allo 0,34% della popolazione. Questo non significa che è in aumento la celiachia ma solo che crescono le diagnosi della malattia, che obbliga le persone colpite a escludere rigorosamente il glutine dalla dieta. Il problema riguarda circa l’1% della popolazione che è geneticamente predisposta.  Quindi, si stima che i celiaci non ancora diagnosticati siano circa 400 mila.

Nel 2017 le nuove diagnosi sono state 8.134, circa la metà rispetto  all’anno precedente. Secondo il Ministero della salute, che ha presentato in Parlamento la Relazione annuale sulla Celiachia, l’incremento più moderato delle diagnosi, registrato dopo l’entrata in vigore del nuovo protocollo diagnostico avvenuta due anni fa, è “probabilmente dovuto ad indirizzi scientifici più chiari e procedure che permettono di ridurre gli esami superflui, sviluppare ipotesi diagnostiche tempestive e limitare gli errori”. 

Dai dati aggiornati al 2017 emerge in maniera evidente che quasi i 2/3 della popolazione celiaca sono di sesso femminile: 145.759 donne e 60.802 uomini. La celiachia è una patologia con tratti di auto-immunità che si scatena quando il sistema immunitario, deputato a difendere l’organismo da batteri, virus e altri nemici, per errore comincia ad aggredire il glutine e un enzima presente in tutte le cellule e tessuti dell’organismo, la transglutaminasi tissutale.

È noto, afferma la relazione, che la risposta immunitaria nelle donne è particolarmente sviluppata e veloce. Questa “aggressività” del sistema immunitario potrebbe essere correlata al ruolo biologico della donna che l’ha portata a una maggiore sensibilizzazione verso gli agenti infettivi, anche per poter far fronte alle infezioni post-parto. La differente predisposizione al controllo del sistema immunitario da parte dei due sessi è confermata dal più elevato tasso di mortalità infantile nei maschi a causa di infezioni.

Alcuni studi clinici hanno evidenziato che gli estrogeni, i principali ormoni femminili, possono avere un ruolo attivo nello stimolare la risposta contro i virus, mentre il testosterone, il principale ormone maschile, giocherebbe un ruolo di soppressore della risposta infiammatoria. Considerando poi l’importante ruolo della genetica, oggi è noto che molti tratti del Dna che controllano il sistema immunitario si trovano proprio sul cromosoma X. Tutte le cellule delle donne possiedono due cromosomi X, che sembra predispongano maggiormente le femmine allo sviluppo di malattie autoimmuni, poiché le cellule fondamentali del sistema immunitario, i linfociti, sono più attivi e più aggressivi. Al contrario i maschi, avendo un cromosoma Y e un unico cromosoma X, sono più predisposti alle immunodeficienze. Se da un lato dunque un sistema immunitario così reattivo e “aggressivo” contro le infezioni protegge, secondo alcuni studiosi può anche andare incontro più facilmente a “regolazioni” sbagliate, con una conseguente eccessiva attivazione che nel tempo porterebbe allo sviluppo delle malattie autoimmuni, tra cui la celiachia.

Dai dati 2017 emerge in maniera sempre più evidente che quasi i 2/3 della popolazione celiaca è di sesso femminile (donne 145.759 e uomini 60.802) con una proporzione media di 1M:2F. La celiachia, infatti, è una patologia con tratti di auto-immunità che colpisce prevalentemente la popolazione femminile e si scatena quando il sistema immunitario, deputato a difendere l’organismo da batteri, virus e altri nemici, per errore comincia ad aggredire il glutine e una molecola presente in tutte le cellule e tessuti dell’organismo, la transglutaminasi tissutale.

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